Quale continuità per una semantica cognitiva? Un approccio pragmati(ci)sta e dinamico al senso morepublished in Atti Codisco 2008. |
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Riccardo Fusaroli Quale continuità per una semantica cognitiva? Un approccio pragmati(ci)sta e dinamico al senso Negli ultimi decenni la riflessione sulla cognizione sta riscoprendo il problema della continuità ai più diversi livelli di indagine. Basti citare due estremi: il grande successo modellizzante della teoria matematica dei sistemi dinamici con il suo focalizzarsi sulle traiettorie a scapito degli stati (Spivey 2006) e la riscoperta della fenomenologia con la sua attenzione alla continuità dell'esperienza (Albertazzi 2002). Nel momento in cui ci si occupi di costruire un approccio cognitivo al senso - e in particolare al significato linguistico come fa la semantica cognitiva - la continuità diviene un tema che la ricerca non può ignorare. Diversi autori hanno accennato a tematiche legate alla continuità: da Lakoff (1987) con i Cognitive Models fondati sulla teoria (classica) dei prototipi di Rosch (1977), che si oppongono a categorie concettuali discrete, e l'idea di re-framing, che discute l'importanza delle costruzioni discorsive nel costruire il senso locale; a Fauconnier e Turner (2002) che mostrano l'importanza costitutiva del blending di diverse strutture concettuali; fino agli articoli di Langacker (1994, 2002, 2006) sulla continuità del significato lessicale sia pure intesa come gradualità. Tuttavia queste riflessioni rimangono spesso isolate, non fanno sistema né tra loro, né con i loro fondamenti teorico-filosofici (Johnson 1987, 2007), né con gli sviluppi più recenti della riflessione cognitiva in generale, anche in ambiti più specificamente linguistici (Tomasello 2001, Allwood 2003, Zlatev 1997). A causa di questa frammentazione, negli approcci continuisti alla cognizione l'integrazione del linguaggio e del concettuale rimane una frontiera cruciale e irrisolta. Per metodologia e per specializzazione disciplinare, ad esempio, coloro che adoperano la teoria dei sistemi dinamici si sono raramente occupati seriamente di linguaggio, limitandosi a dichiarazioni di principio e ad analisi di azione e percezione (cfr. Thelen et al. 1994, 1995). Crediamo dunque per compiere questa integrazione, per fondare la semantica cognitiva su queste concezione continuiste, complementandoli, occorra:
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Una riflessione sulla genealogia di modelli e accezioni della continuità. Una riflessione sulle traducibilità tra i diversi approcci eterogenei che si intrecciano nelle scienze cognitive e sulle traducibilità tra modelli. Un'indagine minuziosa delle diverse concezioni di continuità già in atto nella semantica cognitiva, sia nelle pratiche analitiche che nelle assunzioni teoriche ed epistemologiche, in modo da poter costruire un dialogo consapevole tra i diversi autori e le diverse analisi. Una esplicitazione di quali concepibili conseguenze si possono trarre da una prospettiva continuista consapevole e in che modo esse possano contribuire ad un ulteriore sviluppo della semantica cognitiva
All'interno di questa traiettoria più ampia, in queste pagine si delineeranno due macro-modelli di continuità impliciti nel pensiero filosofico occidentale - e tramite esso nelle riflessioni cognitiviste - e alcune delle traiettorie che tale portato filosofico comporta per una semantica cognitiva: 1. Si chiarirà cosa si intende per semantica cognitiva, in particolare nella relazione che si concepisce tra cognizione e linguaggio. 2. Si contrapporrà la concezione di continuità come spazio geometrico-algebrico cartesiano, come infinita divisibilità alla concezione di continuità come movimento e relazione, mostrandone alcune applicazioni in ambito cognitivo. 3. Si proporrà l'uso del concetto di habit, ripreso dal pensiero di C. S. Peirce come strumento per rileggere certe posizioni della semantica cognitiva all'interno di questa seconda concezione della continuità. 4. Si indicheranno alcune delle concepibili conseguenze, delle possibili linee di fuga che questa mossa teorica apre e che andranno ulterioriormente sviluppate. 1. Il significato è cognizione: per una semantica cognitiva distribuita/estesa L'affermazione che il significato sia da indagare attraverso una prospettiva cognitiva ha provocato
perplessità e dure critiche, in quanto interpretato come un tentativo di ridurre la specificità delle lingue e del linguaggio nella loro dimensione sociale a un livello concettuale interno all'individuo (cfr. Rastier 2001; Sinha 1988; Zlatev 1997 e in stampa). Certamente diverse dichiarazioni di autori come: • Jackendoff: "there is a unique representational level, the conceptual structure, in which linguistic, sensory and motorial informations are compatible. […] For this reason to study semantics is to study cognitive psychology" (Jackendoff 1983: 19); • Langacker: “an ordered conception necessarily incorporates the sequenced occurrence of cognitive events as one facet of its neurological implementation” (Langacker 1986: 455); • Lakoff: “the brain is thus the seat of explanation for cognitive linguistic results” (Dodge et al. 2005: 71); in quanto reazioni ad una concezione della lingua come fatto puramente sociale, rischiano di operare una riduzione completa del senso e della lingua talora al soggettivo, talora al neurofisiologico. La prospettiva che qui si adotta è però (pro)positiva. Consapevoli del rischio di riduzione, cerchiamo di considerare le potenzialità positive dell'approccio cognitivo, riprendendo in mano una definizione recente: la linguistica cognitiva “approaches language as an integrated part of human cognition which operates in interaction with and on the basis of the same principles as other cognitive faculties” (Evans et al. 2006, p.50). All'interno di questo approccio la semantica cognitiva "is chiefly concerned with the study of the relationship between experience, embodied cognition and language" (ibidem). Analizzare il significato linguistico significa dunque tenere conto delle relazioni complesse tra linguaggio e altri domini e facoltà cognitive come esperienze corporee e mentali, image-schemas, percezione [FOOTNOTE Percezione non viene qui opposta a cognizione, ma considerata parte di essa. I processi percettivi per quanto di basso livello sono già concepiti come inferenziali e intrisi di anticipazioni (cfr. i modelli predictive coding del funzionamento neurale).], attenzione, memoria, frames, categorizzazione, pensiero astratto, emozione, ragionamento, inferenze, etc. Il modello di cognizione in gioco è ben lungi dall'essere riducibile a un sistema individuale di concetti; si tratta piuttosto di un sistema complesso in cui diversi processi e componenti (anche - in maniera importante - sociali) interagiscono per dare vita alle facoltà cognitive (da cui il loro avere alcuni, ma non tutti, principi in comune). Costruire un approccio cognitivo al linguaggio dunque non comporta necessariamente la riduzione del linguistico a concetti preformati, ma propone in forma nuova la problematica del simbolico e il suo ruolo nei processi cognitivi. Se il linguaggio permette di costruire astrazioni forti, simboliche (Deacon 1998, Donald 2001, Stjernfelt 2007), tali astrazioni emergono per la pressione di bisogni cognitivi e comunicativi e fungono da "concrete constraints on development and communication" (RaczaszekLeonardi et al. 2007), ponendo dei vincoli allo svilupparsi del senso in situazione, senza determinarlo completamente. In questo modo il linguaggio, reso possibile dalle capacità cognitive umane, vi contribuisce mutandole, aprendo nuove vie e possibilità (Clark 2008). Questo approccio cognitivo al linguaggio contribuisce allo sviluppo di una concezione della cognizione come dinamica, incarnata e distribuita (sull'intrecciarsi di questi temi: Clark 1997, Frank et al. 2008, Gibbs 2006, Hutchins 2001, Spivey 2006, Thelen et al. 1994, Ziemke et al. 2007), una cognizione che, nel suo emergere da fattori e livelli diversi, è ecologica e profondamente informata da pratiche socio-culturali. Il linguaggio diviene uno spazio nuovo, simbolico, creato dalla cognizione, dove la cognizione si mette in gioco, crea nuove forme e si ridefinisce, non solo nel suo sviluppo filo e ontogenetico, ma nel corso di ogni uso linguistico. 2. La continuità come principio prasseologico Definito l'approccio teorico/epistemologico all'interno del quale ci muoviamo, il secondo passo è quello di capire meglio cosa intendiamo per "continuità". Se ci rivolge al dizionario, essa viene definita: “l’essere ininterrotto nel tempo o nello spazio” o anche: “di ente per il quale ci sia un passaggio graduale da uno stato a un altro e sia divisibile all’infinito ed esista sempre un elemento intermedio fra due elementi comunque vicini” (Dizionario Zanichelli 2007). Una posizione ben espressa dal modello dello spazio geometrico-algebrico cartesiano che pare nascere in certi passaggi aristotelici e attraverso Kant arrivare a Cantor e Dedekind, informando larga parte del pensiero filosofico e matematico contemporaneo (cfr. Salanskis et al. 1992, Mameli 1997, Paolucci 2004, Fabbrichesi et al. 2006). Tale modello di continuità, se applicata alla cognizione, sembra dare sostegno a una concezione in cui la discontinuità è prima, dati i numerosi indizi che puntano a una discontinuità temporale dei supporti neurali e fisiologici dei processi percettivi e cognitivi. Basti pensare a come l'apparente continuità del campo e dell'esperienza visivi umani, si fondi su sequenze discrete di fissazioni saccadiche. Solo una piccola area della retina, la fovea permette un'alta risoluzione visiva. Per poter considerare adeguatamente il più ampio campo visivo, ogni 250-300 millisecondi si ha un movimento oculare che focalizza la fovea altrove, movimento detto saccade, durante il quale non si "riceve segnale". Il
continuum fenomenologico della nostra esperienza emergerebbe dunque a partire da un patchwork di istantanee locali, di atti discreti.
[FOOTNOTE: Dal momento che la riflessione continuista si è appoggiata all'analisi di azione e percezione in questo paragrafo e nel successivo ci occuperemo di esempi percettivi. Esempi che non inficiano il nostro tentativo di traduzione della continuità nell'ambito del semantico, visto che una delle assunzioni forti della semantica cognitiva che abbiamo visto è quella della continuità tra diverse facoltà cognitive e in particolare della sensomotricità con le facoltà linguistiche e concettuali.]
Tuttavia possiamo rintracciare un secondo modello di continuità più sotterraneo nella storia del pensiero occidentale. Nelle opere degli Stoici, di Leibniz e di Peirce (Fabbrichesi et al. 2005, Havenel 2008) la continuità viene fondata non sullo spazio, ma sul movimento, sulla relazione. Nel movimento il singolo istante è definito dal suo essere momento di una o più traiettorie, dal suo essere denso di protensioni e ritensioni. È solo con un atto di astrazione che l'istante e il punto vengono definiti, spesso mantenendo la memoria di questa operazione. Allo stesso modo la sequenza di saccadi è determinata dalla pratica visiva in corso, oltre che dall 'ambiente circostante. La percezione dell'istante correlato alla singola fissazione è già informata da ciò che si è visto prima e dall'attività in corso, dagli obiettivi e dalle anticipazioni, e solo a partire da esse può essere definita (cfr. Noë 2004, sia pure in una prospettiva che non tiene adeguatamente conto dell'intersoggettività e del sociale). Tant'è che l'insieme di neuroni, il population code, correlato con il riconoscimento di un oggetto visivo richiede quasi mezzo secondo di esposizione allo stimolo per raggiungere uno stato attivato stabile. A causa del movimento saccadico, tuttavia lo stimolo cambia ogni quarto di secondo. Il riconoscimento parrebbe dunque impossibile, se non si considera il sistema di aspettative e pre-attivazioni inerenti qualunque pratica percettiva e cognitiva. Se la prima concezione della continuità non pareva trovare appoggio nelle direzioni della ricerca cognitiva contemporanea, la seconda presenta interessanti affinità con la teoria dei sistemi dinamici, che emersa dalla cibernetica negli anni '50, attraversa la teoria delle catastrofi di René Thom, e sta ottenendo un notevole successo descrittivo e predittivo in un numero crescente di applicazioni (Spivey 2006; Gibbs 2006). Senza addentrarci qui nei dettagli (matematici e non) della teoria, ci basta mostrarne la congruenza con quanto detto finora in due punti chiave: 1. L'ecologicità della cognizione: “the brain should not be seen as primarily a locus of inner descriptions of external states of affairs; rather, it should be seen as a locus of inner structures that act as operators upon the world via their role in determining actions” (Clark 1997, p.47). Il cervello sarebbe da concepirsi come sede di operatori definiti in una dinamica di interazione più ampia.
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La densità del singolo istante, che si costituisce come momento di traiettorie piuttosto che come loro costituente primitivo: la cognizione non è una successione di rappresentazioni discrete, rigide e separate, bensì consiste in “partially overlapping fuzzy gray areas that are drawn over time” (Spivey 2006, p.3).
3. La struttura della continuità Una concezione di continuità intesa come movimento e relazione non comporta uno spazio, un background indifferenziato su cui si ritagliano arbitrariamente gli stati cognitivi. Essa comporta piuttosto uno spazio deformato, in cui ogni "partially overlapping gray area" è già pre-attivazione possibile di momenti successivi e dunque è definito dai vincoli e dalle possibilità che pone per il procedere della cognizione. Come descrivere queste strutture della continuità? Si tratta dello stesso problema che si pone il padre del pragmatismo americano. Peirce è, infatti, uno dei pensatori chiave nel definire la continuità come relazione e tutta la sua semiotica è un tentativo di articolare il fluire della continuità attraverso un sistema di posizioni relative, di mostrare come le singole cognizioni si staglino su questo flusso e al tempo stesso vi partecipino. La semiosi è un movimento triadico, non riducibile a diade o monade, nel quale sono coinvolti: l'Oggetto (della cognizione), il Segno (la cognizione) e un
Interpretante (le concepibili conseguenze del segno, in base agli habit sedimentati). In altri termini, sempre peirceani, sullo sfondo delle pratiche, degli habit (Terzità), la singola cognizione emerge distaccandosi dal resto (Secondità, anche detta "brute facticity") dicendo qualcosa di più (Primità), rendendo il soggetto in grado di procedere oltre nel suo percepire, agire e comprendere (cfr. Eco 2007). Si tratta dunque di definire meglio in che cosa consista questa Terzità, cosa siano questi habit che costituiscono il fondo attraverso le quali le cognizioni emergono. Habit è una disposizione ad agire/interpretare/percepire in maniera simile in situazioni simili (cfr. CP 1.148, 1.157, 6.612). Una tendenza e non una regola rigida: "this law of habit seems to be quite radically different [...] from mechanical law, inasmuch as it would at once cease to operate if it were rigidily obeyed: since in that case all habits would at once become so fixed as to give room for no further formation of habits. In this point of view, then, growth seems to indicate a positive violation of law" (CP 6.613). In altri termini, l'habit è uno stabilizzarsi del processo semiosico e cognitivo, una struttura della cognizione intesa come distribuita, che emerge nell'incontro/interazione tra un soggetto e la sua nicchia ecologica cognitiva e fisica. La realtà dell'habit risiede nel suo dare forma alle azioni/percezioni/interpretazioni. Per esistere un habit necessita di essere messo in atto da una disposizione interpretante, ripetuto e integrato da una cultura e/o confermato dall'interazione col mondo. [IMMAGINE]
Come esempio concreto esaminiamo l'illusione di Müller-Lyer. Essa consiste in due segmenti, di lunghezza uguale che, a causa della presenza ai due estremi di freccie di direzione opposta, appaiono di lunghezza diversa al nostro sistema percettivo. Questa impressione è dovuta alla lunga frequentazione del nostro sistema percettivo di un mondo dove prospettiva lineare, spigoli di novanta gradi e distanze ampie sono comuni. L'impressione di diversa lunghezza è dovuta al vedere le freccine come angoli retti distorti dalla distanza e dunque al prepararsi ad agire in questo spazio. Ecco che il momento percettivo, il dato dell'esperienza è informato profondamente da pratiche di azione nello e sullo spazio. Da una memoria di interazioni precedenti, dalle potenzialità di ulteriore azione, percezione e interpretazione, strutturate da caratteristiche e competenze del sistema percettivo e cognitivo (Terzità, habit), l'esperienza e il senso emergono come una configurazione di relazioni e affordance locali che ci permettono di portare avanti il nostro agire e interpretare nel mondo (per un'analisi più dettagliata di questo esempio e della dimensione semiosica della percezione cp. Fusaroli 2007).
La teoria dei sistemi dinamici ci fornisce un concetto che ci sembra ricomprendere quello di habit sia pur più genericamente: gli attrattori, aree definite dal convergere di un alto numero di traiettorie "which profile depends on the overall state of the organism involved in some activity and past basins of attractions created within the system” (Gibbs 2006). Si mantiene così il parallelismo che ci sembra fondamentale per tenere assieme i modelli contemporanei della cognizione e un approccio peirceano. L'habit è una tendenza che per analogia trasla tentativamente certe relazioni rinvenute in uno o più token su altri token, ma con una sensibilità costitutiva al contesto. Non a caso la continuità emerge “non più come in Aristotele [come] l'infinita divisibilità di una sostanza, ma più come un'operazione, come un principio genetico, la continuazione di una pratica [...]. È la complessità dell'atto di pensiero [...]. La continuità diventa un principio prasseologico operativo” (Fabbrichesi et al. 2005, p.37).
4. Quale continuità per il significato linguistico Nel tentativo di costruire l'identità di un approccio cognitivo alla semantica, i semantici cognitivi si sono concentrati sul tentativo di ancorare le potenziali derive del senso alle esperienze corporee, rintracciando delle invarianti, degli schemi concettuali più profondi rispetto al linguistico che permettessero di determinare il significato delle occorrenze discorsive. In un altro articolo (Fusaroli et al. in stampa) si è mostrato il divario tra pratiche analitiche e potenzialità teoriche di alcuni modelli, sulla mancanza di focus analitico e almeno in parte concettuale sulla pratica di comprensione e produzione linguistica nel suo svolgersi. Si è mostrata la logica type-
token delle metafore primarie e concettuali in Lakoff e Johnson (1999) e la prospettiva post-hoc sviluppata da Fauconnier e Turner (2002). Ma anche la presenza di principi teorici che coniugati ad un approccio pragmatista peirceano permettono una maggiore attenzione alle pratiche che informano gli schemi embodied e un'applicazione di questi schemi in contesto che sfugga un puro susseguirsi di applicazioni meccaniche di regole attraverso le quali ricondurre token a type. Una ricerca analoga è in corso sull'opera di Langacker, rivolta a indagare l'evolvere del suo pensiero sulla continuità nel significato lessicale (Langacker 1994, 1997, 2006) e la parziale ammissione di un principio prasseologico, che invece emergerebbe più chiaramente da altri approcci usage-based (Tomasello 2001).
A questa operazione si affianca il trarre le concepibili conseguenze del concetto di habit messo in gioco, per spingere oltre le riflessioni della semantica cognitiva nel suo tentativo di integrare il senso linguistico nei modelli della cognizione. Un concetto che inserisce la continuità come costitutiva, definendosi come tendenza ad agire e interpretare in maniera simile in circostanze simili, regolarità e non regola: costitutivamente situato e adattabile ai contesti. L'habit emerge da interazioni ecologiche, da pratiche che si costruiscono in un ambiente che è anche profondamente sociale e culturale, dunque si può definire come struttura di una mente estesa: embodied (informato di vincoli e possibilità corporee) sia pure in maniera situata e distribuita; nonchè costitutivamente intersoggettivo. Inoltre nell'ottica dei continui processi semiosici peirciani, anche l'habit è trasformabile in segno, accessibile alla coscienza e dunque diagrammaticamente manipolabile. Se questa brevissima rassegna del concetto di habit dovrà essere, in altra sede, ulteriormente motivata e articolata, mi pare di poter dire qui come introdurre il concetto di habit in semantica cognitiva permette di focalizzarsi sugli usi linguistici, sul modo in cui le strutture concettuali emergano (anche) da essi, li motivino, vi siano messe in gioco e sempre potenzialmente riconfigurate, in un'arena che è quella delle pratiche intersoggettive, dei generi testuali, delle situazioni contestuali.
Mostriamone alcune potenzialità con un esempio. Pensiamo a una frase terribile come “Vietato l'ingresso ai cani e agli ebrei” che compariva sui negozi tedeschi durante il regime nazista. Il significato della parola "ebrei" non è dato nel singolo lessema. È solo nello svolgimento della frase su uno sfondo enciclopedico condiviso viene a costruirsi un frame locale di negatività: il divieto, la mancanza di igiene di un cane all'interno di un negozio. Attraverso la congiunzione “e” che omologa "cani" e "ebrei" questi tratti negativi vengono proiettati, certo dando connotazioni morali, ma anche portandosi dietro un certo disgusto fisico. In questo processo certo hanno un ruolo importante schemi concettuali (come l'influenza della metafora concettuale PEOPLE ARE ANIMALS nell'associazione cani-ebrei), ma è il mettersi in gioco di aspettative e competenze (habit) semantiche sedimentate, il loro rimodularsi e mutare nel contesto in interazione con le strutture sintattiche, fonetiche, i lessemi, che permette di descrivere il senso di quella frase. E le sue conseguenze, dal momento che gli habit sono tendenze interpretative soggette al cambiamento e un tale messaggio, sufficientemente ripetuto e stabilizzato, contribuì al mutare le formazioni concettuali di quella cultura. Trattare di continuità in semantica cognitiva ha un portato teorico e analitico molto denso, di cui abbiamo delineato alcune traiettorie iniziali. Si tratta da ora di delinearne meglio il percorso e di tracciarne le conseguenze.
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Riccardo Fusaroli (fusaroli@gmail.com; 0039 3206238168)
Dottorando in Discipline Semiotiche Istituto Italiano di Scienze Umane / Università di Bologna Dipartimento di Discipline Della Comunicazione via Azzo Gardino 23 40121 Bologna.